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sabato 21 agosto 2021

La fidanzata del garibaldino

È un’opera di Gerolamo Induno, meglio conosciuta con il titolo di triste presentimento.

Nella scena si vede una camera con una ragazza seduta su un letto semidisfatto, che tiene in mano qualcosa, forse una piccola immagine del fidanzato.


La ragazza è in camicia da notte, una spalla leggermente scoperta le conferisce un’aria sensuale. Gli occhi sono abbassati sull’oggetto fra le mani e il suo sguardo rivela una profonda tristezza, sembra quasi sul punto di piangere. Nella stanza, l’ aria di disordine accentua ancor più il senso di tristezza. Ci sono abiti appoggiati su una sedia davanti ad un camino che contiene un catino, per riscaldare l’acqua.





Gli stivaletti della fanciulla sono abbandonati nella stanza, sotto il letto un baule ed altri oggetti e un foglio accartocciato, quello che forse ha portato quelle notizie poco piacevoli che hanno rattristato la ragazza e scatenato il triste presentimento sulla sorte del suo amato.



Il pittore

Girolamo Induno era nato a Milano nel 1825; pittore risorgimentale, amico ed allievo di Hayez, tanto da citarlo nel quadro.

Le sue sono opere di genere, profondamente ispirate agli avvenimenti dell’epoca e alle lotte risorgimentali.

Lo sfondo

La trama di questa vicenda,  come un rebus degno delle riviste di enigmistica, è tutta raccontata nella parete dietro al letto. Qui si vede una stampa che riproduce il famoso quadro di Hayez , “il bacio” dipinto appena tre anni prima e subito diventato un successo artistico.





Sotto all’opera di Hayez, un quadretto con Pulcinella, allusione a Napoli e ai moti risorgimentali che si combatterono in quella città dove si trovava o da cui forse proveniva il fidanzato; nella nicchia si riconosce il busto di Garibaldi, quasi fosse una reliquia. 

Su un’anta della finestra è incollata una stampa e anche qui sembra di intuire la scena di uno dei moti rivoluzionari che portarono poi all unità d’ Italia. Il quadro fu dipinto nel 1862, quando Induno aveva 37 anni.

Qualcuno ha voluto leggere nell’opera una suprema laicità nell’esagerazione sul busto di Garibaldi messo nella nicchia  e nella presunta assenza di qualsiasi immagine religiosa. In realtà l’immagine religiosa c’è, come sarebbe stato in qualsiasi stanza di qualsiasi casa dell’epoca: c’è un crocifisso sopra la testata del letto.




E si intravede anche un rametto, forse di olivo benedetto e più in basso, vicino allo scurino della finestra anche una piccola acquasantiera.

Gli ideali patriottici ispiravano nei giovani di allora la speranza di un futuro migliore, forse più equo, ma mai sostitutivo dei valori religiosi a cui comunque rimanevano legati.

 


venerdì 13 agosto 2021

La Madonna dei Palafrenieri

Conosciuta anche come la "Madonna della Serpe" è opera di Caravaggio ed è conservata alla Galleria Borghese a Roma.



Venne commissionata a Caravaggio dall'Arciconfraternita dei Palafrenieri (o Parafrenieri) pontifici per abbellire l'altare che era stato loro riservato nella Nuova Basilica di San Pietro, per un prezzo relativamente basso, 70 scudi.

Siamo nell'ottobre del 1605. In dicembre venne pagato il primo acconto;  l'8 aprile dell'anno successivo Caravaggio firmò la ricevuta di consegna e quindi è ragionevole supporre che l'opera venisse consegnata il giorno stesso o anche qualcuno dopo. Già il 16 aprile alcuni facchini vennero incaricati di trasferirla nella chiesa dell'Arciconfraternita e nel mese di giugno venne concordata la vendita al Cardinale Scipione Borghese che nel mese di luglio, verserà all'Arciconfraternita il prezzo, alquanto irrisorio di 100 scudi, con un margine di 25 per i Palafrenieri. Il quadro era rimasto esposto una settimana si e no.

Il motivo che portò alla cessione del quadro a Scipione Borghese era che l'opera venne giudicata in qualche modo indecorosa. Ma perché?

Il quadro

Il dipinto raffigura la Madonna protesa a sorreggere Gesù Bambino nel gesto di schiacciare la testa al serpente-demonio. Di lato, Sant'Anna, madre di Maria (e quindi nonna di Gesù), assiste alla scena.

Era sorta una disputa sullo schiacciamento della testa del serpente: interpretando il passo della Genesi dove si dice che al serpente verrà schiacciata la testa, i cristiani leggevano nel testo latino "ipsa", cioè, lei, la Madonna. I luterani invece vi leggevano "ipse", lui, il Figlio.

In piena controriforma, intervenne una bolla papale a sistemare la faccenda: la Madonna schiaccerà la testa al serpente-demonio con l'aiuto del figlio. La scena dipinta quindi riflette pedissequamente la più aggiornata interpretazione liturgica, quindi non può essere stata questa la causa del rifiuto.



Invero c'è da dire che la Madonna ha il volto di una bella e famosa modella romana, tale Lena, forse anche amante del Caravaggio, ma di certo prostituta, mestiere associato a quello della modella. E non è sufficiente l'abito rosso, proprio dei personaggi sacri a conferirle la necessaria sacralità: la Madonna dal volto popolano si protende a reggere il bambino mostrando il seno propompente ben sottolineato dal corsetto. 



Il bambino Gesù, dal volto tra l'incapricciato e l'arrabbiato, è completamente nudo ed è piuttosto cresciutello per poter mantenere quell'innocenza infantile del bimbo nudo. Di lato, Sant'Anna, che era anche la Patrona dei Palafrenieri, assiste con lo sguardo un po' inebetito di una nonna con scarsa contezza della scena.



E' possibile che a guardarlo bene, i contemporanei non vi vedessero gran che di sacro, ma vi sono anche altre motivazioni.

Una inquietante ipotesi

Il quadro fu acquistato per un prezzo relativamente basso, da Scipione Borghese, il Cardinal Nipote come venivano chiamati allora coloro che erano investiti di alte cariche dal pontefice per i loro legami di parentela con il Papa. E Scipione, nipote lo era davvero, da parte di una sorella del Papa Paolo V. A causa delle difficoltà economiche del padre era stato adottato dallo zio che lo aveva fatto studiare e lo aveva poi investito delle più alte cariche ecclesiastiche.

Uomo intelligente, molto colto, raffinato collezionista, pare che non fosse tipo da rinunciare facilmente ad un pezzo "da collezione"; molto di ciò che oggi è alla Galleria Borghese lo si deve al suo fiuto da collezionista. 

Non si può dunque escludere che, ammirato il capolavoro, fosse lo stesso Scipione a far circolare la voce sulla mancanza di decoro del quadro affinché i Palafrenieri se ne disfacessero. A quel punto interviene il munifico collezionista a sgravare l'Arciconfraternia del peso (è il caso di dirlo visto che il quadro misura quasi 3 metri per 2) di tenere un'opera non gradita.

martedì 10 agosto 2021

La Madonna del cancelliere Rolin

 E' il titolo con il quale è conosciuto un olio su tavola di Jan Van Eyck, conservato al Louvre.



Il dipinto

L'opera ritrae il Cancelliere di Borgogna e Brabante, Nicolas Rolin, potente consigliere e Ministro delle Finanze di Filippo il Buono, Duca di Borgogna.

Il cancelliere, protagonista e committente del quadro, è ritratto inginocchiato di fronte ad una Madonna vestita con uno sfarzoso abito rosso, colore riservato ai personaggi sacri, che tiene in braccio il bambino nudo in atto di benedizione.

Un piccolo angelo sta per posare una ricca e raffinata corona sulla testa della Madonna, a sottolineare la sacralità del momento.



La scena si svolge sotto un loggiato circondato da colonne riccamente decorate; raffinati decori si ripetono anche sul pavimento e sui cornicioni. Più in basso rispetto al loggiato si intravede un giardino chiuso un hortus clausus con gigli e rose.

Sullo sfondo una strada con un parapetto merlato che affaccia su un paesaggio con un fiume attraversato da un ponte, una isoletta al centro sovrastata da una abbazia, colline con campi coltivati, abitazioni. Sul ponte e tra le vie ci sono persone che attendono ai loro affari quotidiani.

Recenti analisi radiografiche hanno rivelato alcuni pentimenti dell'artista: una grossa borsa appesa alla cintura del cancelliere è stata eliminata e lo sguardo del bambino che prima volgeva verso il basso come la Madonna, è stato modificato: ora il Bambino benedicente guarda dritto il cancelliere.


Chi era Nicolas Rolin

Rolin era consigliere dei Duchi di Borgogna e loro Ministro delle Finanze, uomo di cultura, mecenate, ebbe un ruolo di primo piano nella stipula del Trattato di Arras che pacificò la Francia con la Borgogna e nel quale Carlo VII di Francia si impegnò ad importanti concessioni territoriali a favore del Duca di Borgogna; i legami con il Ducato di Borgogna consentirono al figlio di Rolin, Jean di diventare nel 1436, vescovo di Autun, loro città natale.

Qualche critico ha infatti creduto di riconoscere alcuni particolari della città di Autun nel paesaggio sullo sfondo anche se è molto probabile che si tratti di un paesaggio di pura fantasia che attinge a caratteristiche proprie di varie città fiamminghe.

La casa di Rolin è oggi adibita a museo.

Ma i contemporanei di Rolin avevano di lui una immagine poco edificante: lo consideravano un uomo rapace ed intrigante; sotto questa luce il dipinto appare quindi una pura ostentazione. 

La ricchezza dei particolari, dal vestito dello stesso Rolin, un ricco broccato bordato di pelliccia, all'architettura, alla corona della Madonna che sembra un'opera di alta gioielleria, non fa altro che sottolineare lo status del committente.

Sullo sfondo vicino al parapetto, sotto le mani di Rolin giunte in atto devozionale, si intravedono dei pavoni, simboli di immortalità ed orgoglio, ulteriore sottolineatura della potenza del personaggio.

particolare dell'abito di Rolin

particolare dell'abito della Madonna


Il particolare nascosto

Ma c'è un particolare che fa riflettere su questa opera di propaganda messa in atto da Rolin e sono i due personaggi appoggiati al terrazzo merlato.



Hanno dei copricapo, uno scuro e l'altro rosso secondo la moda dell'epoca e stanno voltando le spalle alla scena; si disinteressano totalmente del gesto di Rolin e si perdono ad osservare quanto avviene sotto di loro sul fiume.

Non è da escludere che Van Eyck condividesse l'opinione comune sul conto di Nicolas Rolin; i pentimenti dell'artista rivelati dalle radiografie potrebbero essere se mai, richieste della committenza: non era infatti infrequente all'epoca che chi commissionava un'opera la esaminasse più volte nel corso del suo allestimento. Van Eyck quindi aderì alle richieste, ma volle comunque mantenere quella indipendenza di artista che, raffigurando i due passanti voltati e intenti ad osservare il paesaggio gli facevano inviare un lampante messaggio “caro Rolin, per quanto ricco e potente, tu per me non sei nessuno”. 

martedì 3 agosto 2021

L’orecchio tagliato

Se si digita su un qualsiasi motore di ricerca internet “orecchio tagliato”, anche senza aggiungere Vincent, uno dei primissimi risultati sarà questa immagine


Il dipinto si trova alla Courtauld Gallery ed è uno degli autoritratti che Van Gogh dipinse dopo il tragico episodio del taglio dell’orecchio. 

La tragedia

Era il 23 dicembre 1888, l’antivigilia di Natale nella "casa gialla" che i Ginoux avevano affittato ad Arles a  Van Gogh e dove si era trasferito poco più di due mesi prima, anche Paul Gauguin. Trasferimento non volontario. Paul Gauguin infatti aveva accettato di raggiungere Van Gogh dietro richiesta del fratello Theo, mercante d’arte, che si era impegnato ad acquistare alcuni quadri di Gauguin purché lui accettasse di trasferirsi nella casa gialla con Van Gogh. 

Vincent aveva già dato segni di instabilità mentale, così Theo aveva pensato che la presenza di Paul avrebbe calmato i suoi eccessi. Ma mai una coppia di artisti avrebbe potuto essere più male assortita: Paul era idealista e tendente all’astrazione, innamorato dell’esotico, detestava Arles considerata "misera",  Vincent invece era meticoloso nella sua ansia di riprodurre la realtà e la luce del posto e adorava la cittadina di Arles.

Quel 23 dicembre era una giornata piovigginosa, non si poteva uscire a dipingere, i due si trovavano quindi reclusi a scambiarsi le loro tanto diverse idee di vedere il mondo e ogni tanto attingevano alla bottiglia di assenzio, il superalcolico dell’epoca. In più quella mattina Vincent aveva ricevuto la lettera del fratello Theo che annunciava le sue nozze imminenti. E qui non fu la paura di perdere il sostegno economico di Theo che forse gli sarebbe venuto a mancare con il matrimonio, quanto la circostanza che una donna, una estranea, avrebbe potuto limitare e distanziare l'amore fraterno di Theo per Vincent.

Ce ne era abbastanza per deprimere chiunque avesse nervi ben più saldi di quelli di Van Gogh.

Scoppiò dunque una lite tra i due. Impossibile stabilire se la mutilazione dell’orecchio sia stato semplicemente un gesto autolesionista oppure un incidente non voluto causato da Paul Gauiguin che era anche un abile spadaccino. I fatti ci dicono che dopo la mutilazione,  l’orecchio fu avvolto in un pacchetto di carta di giornale e fatto recapitare ad una ragazza del posto (chi dice una prostituta, chi una paesana).  La polizia trovò Van Gogh privo di conoscenza sul suo letto, immerso in un lago di sangue e dispose il ricovero nell'ospedale di Arles.

Gauguin partì per le Antille come aveva promesso di fare. Il progetto della Casa Gialla come ritrovo di artisti controcorrente era fallito per sempre.

Il dipinto

Van Gogh dipinse diversi autoritratti. Quelli con l’orecchio bendato sono destinati non a se stesso, bensì ai medici che lo avevano in osservazione. C'era in lui il bisogno di  dimostrare di aver preso coscienza del gesto e di poter andare avanti da solo, autonomamente.

Vi sono altre versioni dell’autoritratto con l'orecchio bendato: 


In tutti i ritratti Van Gogh indossa un cappello di pelliccia e uno spesso cappotto, segnale del rigore climatico dentro la casa gialla, dove forse non aveva risorse sufficienti per pagare anche il riscaldamento.

Il ritratto custodito della Courtauld oltre ad essere il più delicato, è anche quello più interessante. Prevalgono i colori freddi. 

Sul fondo compare un cavalletto con una opera appena accennata e una stampa giapponese, che Van Gogh amava particolarmente.

L’espressione di Van Gogh è tra l’arrabbiato e il rassegnato, il volto piuttosto incavato, quasi invecchiato: vi si leggono delle rughe profonde, testimonianza anche del travaglio interiore dell'artista.

Qualche mese dopo, nel maggio del 1889 Vincent si fece ricoverare di sua spontanea volontà nella clinica per malattie mentali di Saint Remy.



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lunedì 19 luglio 2021

La magia del toro di Potter

Non stiamo parlando del maghetto ideato dalla scrittrice J.K.Rowling, ma del pittore olandese Paulus Potter, autore del quadro "Il toro" e anche lui, a modo suo, un mago.

Il quadro

Il dipinto in questione si trova alla Mauritshuis e ritrae  una scena bucolica, di campagna con un giovane toro in primo piano.



Il quadro è già una eccezione per le sue dimensioni, 235,5x339 cm. Per rendere l’idea, la parete di un normale appartamento odierno, difficilmente lo potrebbe accogliere.

Di solito quadri di dimensioni così grandi erano riservati a soggetti religiosi che dovevano essere ospitati in ambienti grandi come chiese o conventi ed essere osservabili da lontano.

Qui invece è ritratta con stupefacente realismo, una scena di campagna: un contadino con la giacca un po’ lacera si affaccia da uno steccato su cui il pittore ha posto la propria firma “Paulus Potter 1647”. Il contadino è appoggiato a due alberi che si intrecciano a croce,  un olivo e una quercia e osserva il suo bestiame: un montone, una pecora, un agnello, una vacca e un torello. Il quadro è infatti conosciuto come “il toro”.





C’è un significato simbolico nella composizione: quercia e olivo simboleggiano costanza e stabilità, la vacca è simbolo di prosperità.

In basso è dipinto un anfibio, qualcuno dice una rana, ma potrebbe trattarsi anche di un rospo smeraldino. Nel cielo sta volando un’allodola.

Rospo smeraldino


Particolare con l’anfibio

Sullo sfondo, in lontananza  si intravede una fattoria e il campanile della chiesa del paese di Rijswijk, situato tra Delft e L’Aia.

Il protagonista sembra essere il giovane toro, che pure ha qualcosa di magico. A ben osservarlo non è un vitello normale, ma una somma di tanti animali: gli esperti di bestiame vi hanno individuato animali di almeno quattro età diverse: le corna sono quelle di un animale di due anni, i denti di uno di quattro, il posteriore è quello di un animale giovane, le spalle di un toro adulto.  Eppure non è che Potter non avesse mai visto un toro: era questo il suo genere di pittura, scene campestri con bestiame, soprattutto mucche e non gli si può imputare scarso realismo: non solo ha dipinto la bava sulla bocca del toro, i peli del muso della vacca, ma anche mosche e tafani che gli ronzano intorno. Eppure il suo toro è speciale, un animale magico,  il toro ideale.

Particolare con le mosche


L’autore

Paulus Potter nacque in Olanda nel 1625. Si formò presso il padre, pittore anche lui e vasaio. Fu un artista  precoce, la sua prima opera venne compiuta a soli 15 anni e precocemente concluse la sua esistenza, nel 1654 a 28 anni, di tubercolosi. In così breve tempo dipinse 130 capolavori,  il che, se non è magico, è comunque straordinario. 

Da documenti rinvenuti si sa che la sua famiglia sostenne che si era consumato per il troppo lavoro.


lunedì 12 luglio 2021

Preziosa acqua

Acqua fonte di vita, bevanda essenziale, soggetto sottinteso dell’ “acquaiolo di Siviglia” di Diego Velasquez.



L’ autore

Velasquez nacque il 6 giugno 1599 a Siviglia. Il padre era un avvocato portoghese e la madre una nobile sivigliana. All’età di 10 anni, come era consuetudine all’epoca, venne mandato a bottega. Ebbe come maestro Francisco Pacheco, del quale all’età di 19 anni sposò la figlia, Juana Pacheco.

Nel 1623 dipinse il primo ritratto del re, Filippo IV; il successo fu immediato e poderosa l’ascesa. Venne nominato pittore del re, ebbe diversi incarichi diplomatici per conto di Filippo IV fino ad essere nominato “hidalgo”, cavaliere. Morì forse di polmonite nel 1600 a 61 anni; la moglie Juana morì una settimana dopo.

Il dipinto

La versione più nota dell’acquaiolo, dipinta intorno al 1620, è custodita al Wellington Museum di Londra, ma ve ne è una versione precedente conservata agli Uffizi di Firenze

L’acquaiolo degli Uffizi


L’opera appartiene al genere bodegòn, ovvero ritratti di persone umili, molto in voga tra il 1500 ed il 1600.

In primo piano è un vecchio con la giubba strappata che porge ad un fanciullo un bicchiere di acqua: lo capiamo perché la sua mano è appoggiata su un orcio sul quale si notano alcune goccioline di acqua.



A sinistra si trova una alcarraza, una brocca in terracotta, tipica di Siviglia, ottenuta dalla lavorazione dei fanghi del fiume Guadalquivir e utilizzata per conservare fresca l’acqua mediante il semplice processo di evaporazione.

Sulla alcarraza è appoggiata una tazza in ceramica sivigliana, di Triana, quartiere di Siviglia famoso per le ceramiche, le azulejios, tanto da essere ammirate oggi nel Museo della ceramica della città.

Dietro al fanciullo appare accennato il volto di un uomo che beve da una tazza anche essa in ceramica. Il particolare inquietante  della scena è che nessuno dei tre si guarda in faccia, così in molti hanno voluto vedere in quest’opera una allegoria delle tre età dell’uomo. Poiché l’acqua è simbolo di saggezza, il vecchio con il bicchiere sta dispensando saggezza al bambino il cui volto mostra soggezione; di questa saggezza offerta il bimbo dovrà far tesoro per quando sarà più maturo (l’uomo in penombra).

Ma ad osservare meglio, c’è un altro particolare curioso: c’è qualcosa nel bicchiere. Si tratta di un fico, che, non allude a nessun simbolo erotico, come qualcuno ipotizza, ma è semplicemente un accorgimento utilizzato dagli acquaioli per aromatizzare l’acqua e darle per così dire, un sapore più vivace: è un fico seccato, quindi dolce, non un fico fresco la cui essenza lattiginosa sarebbe irritante per le mucose della bocca.



Velasquez ha semplicemente dipinto, con incredibile realismo, quanto osservava per le strade di Siviglia.

domenica 11 luglio 2021

Un commovente uccellino

 L’uccellino più famoso della storia dell’arte è sicuramente il cardellino di Carel Fabritius.

Il quadro

Un quadretto piccolo nelle dimensioni, poco più del suo modello vivente, misura appena 33,5 x 22,8 cm, dipinto con poche semplici pennellate, da quasi 500 anni continua a scatenare l’immaginazione di chi lo osserva, tanto da diventare il soggetto di un noto romanzo di Donna Tartt da cui è stato tratto anche un film con Nicole Kidman.




Il quadro è conservato all’Aia al Mauritshuis. Il soggetto si rifà al tromp l’oeil, tecnica pittorica illusionista con la quale si cercava di dare tridimensionalità a soggetti bidimensionali. Questa tecnica, non ha una origine ben precisa  dal momento che il disegno nasce come illusione per riprodurre oggetti tridimensionali su supporti bidimensionali; Giotto ad esempio la utilizzò nella Cappella degli Scrovegni, ma ve ne sono esempi anche nell’arte greca e ancor prima in quella egizia. Nel 1600 raggiunse la sua massima raffinatezza. In effetti se non ci fosse la cornice e la scritta, potremmo veramente dire che quello in fondo alla parete è un cardellino vivo legato con una catenella ad un trespolo.



Il dipinto ci stupisce perché il realismo non è stato raggiunto con dettagli fotografici, ma con giochi di luci ed ombre; l’ala è stata tracciata graffiando il giallo con il manico del pennello. Lo sfondo è stato dipinto per ultimo.

Una lezione da tenere bene in mente da parte di quei moderni iperrealisti che compongono sulla tela i minuscoli dettagli proiettati dal proiettore collegato al computer!

L’uccello

Cardelius cardelius, il cardellino di Fabritius è conosciuto in olandese come “il portatore d’acqua”. All’epoca questi piccoli uccelli venivano infatti allevati come animali domestici per deliziare i bambini e venivano addestrati a fare semplici “giochi” come quello di versare acqua con un minuscolo secchiello in un contenitore più grande.



L’autore

Carel nacque in Olanda nel 1622, figlio di un insegnante che pare facesse  il pittore nei momenti liberi. Inizialmente avviato al mestiere di carpentiere, da cui trasse l’appellativo Fabritius, nel 1640 venne mandato a bottega insieme al fratello. Fu tra gli studenti migliori di Rembrant e tra i più originali: i suoi dipinti partono da sfondi chiari e luminosi, al contrario del suo maestro.

Inizialmente si specializzò in pitture murali da cui gli derivò un immediato successo; ne è un esempio la vista di Delft, un’altra delle sue opere più note.



Purtroppo la sua vita fu assai breve. Nel 1654, poco tempo dopo aver dipinto il cardellino, a Delft esplose una polveriera che distrusse alcuni quartieri della città tra cui quello dove si trovava lo studio di Fabritius. Quel giorno stava ritraendo il guardiano della Oude Kerk (la vecchia chiesa). L’esplosione uccise il guardiano, la suocera di Fabritius e lo stesso Fabritius che fu estratto vivo dalle macerie, ma morì il giorno stesso, a soli 32 anni, all’ospedale di Delft per le ferite riportate.

Poche delle sue opere si sono conservate, appena 12 quelle attribuitegli, probabilmente le altre andarono distrutte nella esplosione.



La pernice di Brugel

 Il quadro è conosciuto con il titolo di “la caduta di Icaro”, opera di Brugel , conservato al Museo Reale di Belle arti in Belgio. Per trov...